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Andare oltre

L'esperienza al carcere femminile della Giudecca (Venezia) agosto 2019.


Quando dici agli amici: “sai, quest’estate andrò in carcere!” non puoi mai prevedere le reazioni che otterrai. C’è chi pensa sia una battuta, c’è chi ti chiede cos’hai combinato, c’è chi rimane confuso. Eppure, è stato proprio così: io ed altri ragazzi provenienti da tutt’Italia ci siamo trovati insieme, un po’ per caso, a vivere un’esperienza come volontari alla casa di reclusione femminile della Giudecca di Venezia. Eravamo tutti diversi, ma avevamo una cosa in comune: il desiderio di scoprire qualcosa di nuovo e di poter vivere al 100% un’esperienza di solidarietà.

Per noi è stata un’esperienza magnifica, durata solo dieci giorni, vissuta sotto la guida accogliente delle suore di Maria Bambina, ma per le detenute che abbiamo incontrato la realtà del carcere era tutt’altro. 
Il carcere della Giudecca è una casa di reclusione esclusivamente femminile, che prende vita all’interno di un ex-monastero del XII secolo, ed è un carcere abbastanza attento alla dignità della persona, permettendo alle detenute di lavorare e di seguire dei corsi. Quando siamo entrate per la prima volta attraverso quel portone ci sembrava quasi di essere in un posto bello, ma dopo aver depositato tutti i nostri beni e aver sentito quel silenzio ci siamo ricordate che bello, un carcere, non poteva esserlo.


Detenzione significa fragilità, colpa, solitudine; significa stare lontane dai propri figli, chiedersi come staranno crescendo, sentirsi impotenti verso il proprio futuro, pensare ogni ora di ogni giorno ai propri sbagli. Però qualcosa di diverso quel carcere sì, lo aveva: le donne vedendoci arrivare erano contente, sorridevano davvero, ed è stata un’esperienza inaspettatamente bella. I timori c'erano, ma le detenute ne avevano forse più di noi: avevano paura di non essere abbastanza giuste. Come mi ha detto un giorno la mia compagna di viaggio Arianna: "la cosa bella di questa esperienza è che noi non siamo qui per giudicare nessuno, ma per andare oltre, in tutti i sensi". Niente di più vero: abbiamo ascoltato le loro storie di vita, di paura, di amore, di sogni, così come loro hanno ascoltato le nostre, ed è avvenuto con una naturalezza incredibile. Scoprire con i nostri occhi questa realtà, di cui si parla poco o nulla, è stata un'opportunità preziosa, che ci ha permesso di aprire gli occhi e di imparare tanto, sia come cittadine che come esseri umani. Auguriamo a tutti di poter provare qualcosa di simile, almeno una volta, perché ogni tanto prendersi cura di qualcuno è davvero la miglior cura per tutto.


Chiara



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