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Ci siamo abbracciate

Un'amica ci racconta la sua esperienza in un campo profughi in Libano

L’arrivo al campo è travolgente; nel giro di pochi minuti vengo raggiunta nella tenda da tante ragazzine che mi si stringono attorno, mi chiedono il nome impasticciando frasi in italiano e inglese, mi regalano bigliettini con cuoricini e maracas fatte da loro.
Sono letteralmente travolta e penso che non poteva esserci modo migliore per rompere il ghiaccio e tuffarmi in un’esperienza che, non immaginavo a tal punto… mi avrebbe lasciato dopo tre settimane, con tanta voglia di tornare.


La condivisione diretta è una strada speciale per stare nel mondo, la sento mia. Si tratta di stare accanto alla gente, senza pretese, con umiltà, semplicemente stare accanto.
In questa semplicità, che a volte mi ha fatto sentire inutile perché venivo solo accolta nelle loro tende, colmata dalle loro attenzioni, rapita dall’energia dei loro bambini, ho potuto raccogliere ciò che spontaneamente accade nell’incontro tra persone, in una specie di magia che sorprende in quanto capace di superare ogni barriera linguistica, sociale, culturale.


Sono tanti i momenti in cui questa magia si è realizzata, forse nulla è visibilmente cambiato nelle vite di queste persone, ma nel grigiore monotono dei loro giorni, nel caldo polveroso del campo, un sorriso ha illuminato i loro volti, una speranza si è accesa nei loro cuori: semplicemente si sono sentiti capiti e visti da qualcuno.
Così l’ultima sera raccolgo in un abbraccio sincero le lacrime di commozione di una mamma speciale: una donna di origine beduina con 5 figli: il più grande 11 anni, la più piccola di quasi un anno.
Una donna con una storia singolare e una forza d’animo che traspariva immediatamente dai suoi profondi occhi azzurri.
Una donna della mia stessa età con il viso segnato da molte più rughe del mio.
Una madre determinata che si prende cura come può, con tutto ciò che può, dei suoi cinque figli.
Siamo stati un paio di volte nella sua tenda e spontaneamente tra una tazza di caffè e un bicchiere di pepsi cola, grazie alla traduzione dei miei compagni di viaggio, ho ascoltato con curiosità la sua storia.


Ho scoperto quanto si può cogliere da ciò che va oltre le singole parole; quella donna aveva il piacere di raccontarci la sua vita a tratti difficile, incomprensibile per le nostre categorie culturali: un primo matrimonio da giovanissima con un uomo più grande di lei e poligamo, due figli; la morte del primo marito; la possibilità di sposarsi nuovamente con l’attuale e la nascita di altri cinque figli.
Mi piaceva il suo modo di raccontare la sua vita, mi ricordava mia nonna: lo stesso piacere di poter raccontare le cose vissute, anche se difficili, con una sorta di orgoglio per avercela fatta, nonostante tutto ed una sana autoironia.
Ho chiesto dei suoi primi due figli, ormai adulti: che tenerezza sentirle raccontare di come siano stati cresciuti dall’attuale marito e di come loro lo chiamassero padre, nonostante non lo fosse e con quanto orgoglio raccontava che loro sono venuti a trovarla, fino a qualche tempo fa, per conoscere l’ultima arrivata.



Una donna forte che improvvisa una culla agganciando con delle corde al tetto della tenda una cassetta della frutta e poi la rende confortevole riempiendola di cuscini; una donna che chiede se il figlio Yussef non sia troppo invadente nel venire e stare tutto quel tempo i pomeriggi nella nostra tenda.
Una donna che per prepararci il tè porta la teiera dalla vicina perché loro non hanno la cucina a gas.
Per scelta, perché a loro piace vivere così, come si faceva una volta.
Per noi incomprensibile, soprattutto quando hai cinque figli piccoli che rischiano di bruciarsi con il fuoco acceso nel cortiletto adiacente la tenda e che imbrattano ovunque con l’irresistibile voglia di giocare col carbone.
Eppure nei suoi occhi, nel suo modo di fare ho incontrato la stessa umanità, ho rivisto le nostre mamme… così prese dalla cura per i figli da dimenticare totalmente se stesse.
Non dimenticherò mai le sue lacrime di commozione quando sono andata a salutarla prima di partire.
Ci siamo abbracciate.
Senza parole eppure ci si capiva.


I bambini, sorpresi dal pianto della madre, hanno sospeso i loro giochi e ci guardavano, mi guardavano: mi sentivo quasi in imbarazzo, come fossi stata un personaggio importante.
Anche il marito arrivato nel bel mezzo della scena era stupito, non capiva… lo saluto con discrezione e vado via dopo aver stretto ancora le braccia di quella donna, che forse ha semplicemente trovato in me un’amica.


Un amico ti salva la vita: risuona questa vecchia frase che un prete speciale ci diceva e la sento vera.
Se anche avessi mai potuto avere dei dubbi sul senso delle mie tre settimane al campo di Tal Abbas, questa amicizia li ha del tutto fugati: ci siamo salvate reciprocamente: lei dal sentirsi dimenticata e sola; io dal rischio, tutto occidentale, dell’avere tutto e del sentirmi inutile.


Valentina


OPERAZIONE COLOMBA

è un progetto di Pace della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII


Nasce nel 1992 dal desiderio di alcuni volontari e obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII, di vivere concretamente la nonviolenza in zone di guerra.

Inizialmente ha operato in ex-Jugoslavia dove ha contribuito a riunire famiglie divise dai diversi fronti, proteggere (in maniera disarmata) minoranze, creare spazi di incontro, dialogo e convivenza pacifica.


L'esperienza maturata sul campo ha portato Operazione Colomba negli anni ad aprire presenze stabili in numerosi conflitti nel mondo, dai Balcani all'America Latina, dal Caucaso all'Africa, dal Medio all'estremo Oriente coinvolgendo, tra volontari e obiettori di coscienza, oltre 2.000 persone.

Operazione Colomba è un progetto aperto a tutte quelle persone, credenti e non credenti, che vogliono sperimentare con la propria vita che la nonviolenza è l'unica via per ottenere una Pace vera, fondata sulla verità, la giustizia, il perdono e la riconciliazione.

I componenti sono volontari divisi essenzialmente in due gruppi: volontari di lungo periodo, cioè persone che danno uno o più anni di disponibilità a tempo pieno; volontari di breve periodo, cioè persone che danno uno o più mesi di disponibilità.


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